giovedì 22 novembre 2007, 21:15
A Hawk and a Hacksaw
indie folk balcanico
Jeremy Barnes: fisarmonica, percussioni, voce
Heather Trost: violino, melodica, glockenspiel

Se proprio è indispensabile una presentazione, facciamola partire da qui: dietro A Hawk and a Hacksaw si cela il polistrumentista Jeremy Barnes , nativo di Albuquerque, New Mexico, dai trascorsi rock d'autore ( Neutral Milk Hotel ) e rock sperimentali (Bablicon, Bright Eyes, Guignol ).
Trasloca dal New Mexico (50% della popolazione che habla español) in Illinois (parlano tutti ucraino nel suo palazzo, a Chicago) dove comincia a rizzare le antenne per la musica est-europea. Di lì a poco si lascia prendere dalla febbre del girovago e scorre l'Europa infatuato dalle lingue, le musiche, le culture del vecchio mondo. Pianta la tenda dove più trova gli stimoli che cerca. Inghilterra. Francia. Repubblica Ceca. Mentre in Iraq scoppia la guerra, lavora in un campo profughi in Romania. E in pausa pranzo, dopo aver chiamato gli amici e i loro parenti domiciliati nella Babilonia in fiamme, si getta a suonare coi colleghi, a orecchio. Pezzi tradizionali. Compendio della storia europea attraverso la musica folk.
è così che, con la personale sigla A Hawk and a Hacksaw, si abbandona a un melting pot che lega di testa e di pancia varie tradizioni folk, rinfrescate con tenui ghiribizzi avanguardisti, ironici, puliti, mai invadenti. Il suo fare da etnomusicologo giocherellone si rivela già al debutto discografico ( A Hawk and a Hacksaw , Leaf records 2004), dove interseca sonorità francesi e folk mediterraneo con canti da osteria bulgara, melodie limpide e struggenti, sampeling minimalista, irrinunciabili carillon.
Barnes è un vagabondo della musica: si sposta nella sua geografia e nella sua storia, prendendo immediatamente confidenza con gli strumenti delle tradizioni popolari: fisarmoniche, organetti, arpe ebraiche, flauti, cembali, sonagli, campanacci... Dal vivo si è reso emblematico perché li suona insieme. Indossa la propria orchestra: o perlomeno quella che riesce a portare addosso e sul treno. Non nutre una particolare simpatia per i camioncini da tournée.
Prima di tornare in studio per il secondo album ( Darkness at Noon , Leaf 2005) Barnes trova una compagna di vita e di escursioni musicali in Heather Trost, anche lei americana, violinista dall'età di quattro anni, svelta anche di viola e violoncello. Fanno la spola tra Praga, Londra e Budapest, che oggi può dirsi la loro nuova patria. Dal matrimonio artistico nascono, in rapida successione, tre album densi di inquiete melodie, intimismi balcanici, crescendo strumentali in stile post-rock, stacchetti fanfareschi e bersaglieri, sempreverdi percussionismi turchi.
Su tutti dominano i sapori balcanici, che negli ultimi anni han conquistato una discreta cerchia di musicisti indie: fra cui gli inglesi Matt Elliott e Ralphe Band, e il newmexicano Zach Condon, in arte Beirut, scoperto e incoraggiato proprio dal conterraneo Barnes. Dopo la caduta del Muro, dopo la guerra che ha spaccato la Jugoslavia, dopo quella che è tornata a spaccare il mondo, alcune rare voci dell'ovest non disdegnano i culturali commerci col "nemico" d'oriente. E allo stesso tempo evitano i cori caciaroni che tanto spopolano nel mercato della musica dal vivo: quelli del gypsy punk, dello ska balcanicheggiante e consorteria.
A Hawk and a Hacksaw possono annoverarsi tra i fondatori dell'indie folk balcanico d'autore - anche se il loro nomadismo musicale valica l'oriente d'Europa e spazia quantomeno fino al medio oriente. Con loro hanno collaborato, per The Way the Wind Blows (Leaf 2006), la Fanfare Ciocarlia e Beirut; di nuovo Beirut e The Hun Hangár Ensemble per il cd-dvd a edizione limitata con cui Leaf records ha celebrato, quest'anno, il sodalizio tra A Hawk and a Hacksaw e la fanfara ungherese.
Al momento Barnes e compagna sono impegnati in un serratissimo tour che li porterà solo di tangenza in Italia. In Romagna i gestori di club se li contendono: pare sia la regione che risponde più entusiasta ai loro spettacoli. Sarà il galletto che usano come logo... Sarà la fisarmonica...
www.ahawkandahacksaw.co.uk, www.myspace.com/ahawkandahacksaw
Il "nostro" nemico. Io ero davvero indignato, scandalizzato. Mi vergognavo dell'America, il mio paese, e di essere americano. Facevo di tutto per far capire a queste persone che non tutti gli americani e non tutti gli inglesi avevano voluto quello che stava succedendo. I media davano di noi un'impressione pessima e anche se la guerra è una necessità profondamente impersonale, avere a che fare con le sue vittime da vicino mi ha fatto sentire colpevole in prima linea. (...) è triste che la divisione della mappa operata dai potenti di ieri e di oggi abbia influenzato il modo in cui le persone pensano e percepiscono la musica. Quanto alla demonizzazione delle culture altre, appunto, forse basterebbe un atto di apertura: comprare un disco di musica irachena per oud, o di gamelan indonesiano. A differenza della guerra, la musica riesce sempre ad essere una necessità personale e dunque viaggia indisturbata tra i confini. E ad ogni modo, per essere onesto, tra me e la musica c'è soprattutto amore, non tanto politica.
Jeremy Barnes